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Il Gioco della Parola, della Memoria e dell'Invenzione

Ci sarà una casa per i cattolici democratici? di Pietro Scoppola
La confusione regna sovrana nel cielo della politica italiana. L’Unica cosa che per ora sembra chiara è che i cattolici democratici rischiano di restare senza una casa: la loro cultura, la loro identità per antica tradizione è stata sempre la meno legata ad una rigida appartenenza di partito; sono portatori di un modo di concepire la politica che esige confronto e dialogo, che esclude ogni pretesa di autosufficienza; essi si richiamano, nella storia del movimento cattolico, a quelle componenti, a quei nomi, che più hanno valorizzato l’esigenza della collaborazione e dell’incontro con altre culture e forze che hanno contribuito alla edificazione della democrazia. L’Ulivo era la loro casa naturale sia come coalizione che come movimento; ma non c’è più come coalizione di governo ed è in crisi come movimento. L’Ulivo-coalizione era la loro casa naturale perché era nato come incontro e tendenzialmente come sintesi delle diverse tradizioni riformiste presenti sullo scenario della politica italiana, fra le quali, in posizione non certo subalterna, quella cattolico-democratica. Ma l’Ulivo coalizione presupponeva un rafforzamento del sistema bipolare. Ora tutti dichiarano di volere rafforzare il bipolarismo, ma gli atti e le scelte che si compiono vanno in direzione contraria. Il nuovo governo presieduto da Massimo D’Alema è nato sulla base di una ibrida alleanza delle forze che si richiamavano all’Ulivo con un movimento, l’Udr di Francesco Cossiga, che dichiara il suo intento di essere domani forza alternativa all’Ulivo. I popolari dichiarano il carattere strategico dell’alleanza di centro sinistra ma, per bocca del loro segretario Franco Marini, non escludono la possibilità di presentarsi alle elezioni europee in unione con l’Udr, il nuovo segretario del partito dei Ds, Walter Veltroni, già fautore, con la necessaria gradualità, di un grande partito democratico capace di raccogliere tutti i riformisti, non riesce a cancellare il sospetto di voler fare del suo partito il contenitore di tutte le componenti riformiste. Si delinea l’ipotesi non di una semplice battuta di arresto, quasi di una pausa sul cammino del bipolarismo rappresentata dal governo D’Alema, ma di uno stabile ritorno a vecchie alleanze di partiti chiusi nelle loro diversità. E’ evidente il disagio dei cattolici democratici in questo quadro: difficile per loro collocarsi in un partito popolare la cui strategia resta incerta e profondamente segnata da una pura logica di autoconservazione ed è perciò particolarmente permeabile alla sfida dell’Udr. Difficile la collocazione tra i Ds, non per ostilità preconcetta alla sinistra, ma per diversità di culruta e di tradizioni. In mezzo, fra i due, una serie di iniziative che non riescono ancora a prendere forma unitaria, a raccogliere per così dire la bandiera dell’Ulivo. L’Ulivo movimento era anch’esso una casa; ma ora sopravvive incerto e lacerato fra due spinte contrarie: non può essere più pensato come propulsore di una coalizione di governo che non c’è più; non vuole diventare un partitino fra u tanti. Il suo leader Romano Prodi non ha indicato –e non era facile farlo- una strategia per il movimento. E tuttavia migliaia di persone, giovani e meno giovani si sono mosse e si sono entusiasmate all’idea dell’Ulivo: uno degli aspetti più significativi della mobilitazione intorno all’Ulivo è stata la partecipazione, come per i referendum elettorali del ’91 e ’93, del mondo femminile, in una misura che nessun partito aveva registrato. Nei comitati dell’Ulivo, nati in tutta Italia, si sono incontrati in spirito nuovo laici e cattolici, migliaia di persone che per decenni hanno votato Dc con altre che hanno votato Pci o per partiti laici. E’ possibile dire a tutta qiesta gente che il gioco è finito, che la politica è tornata sui vecchi binari dei partiti tradizionali? Che non c’è più la speranza di una casa comune per coloro che ai vecchi partiti non credono più, che volevano e vogliono semplicemente riconoscersi in un programma di governo, in proposte concrete per il Paese, in una classe dirigente competente e credibile? Dove andranno queste donne e questi uomini, per chi voteranno? Non c’è il rischio che vadano ad accrescere il gruppo già folto degli astenuti, indifferenti o delusi? Chi può assumersi la responsabilità di questo riflusso? Fra queste donne e questi uomini i cattolici democratici sono stati particolarmente numerosi nel movimento dell’Ulivo: dovranno stare senza una casa politica? Certo rimangono gli spazi della cultura e della formazione e c’è molto da fare in questo campo: un sistema bipolare non è solo un meccanismo istituzionale o elettorale; è una entalità, è un modo di guardare alla politica diverso da quello del passato. Questi "Appunti", che con grande anticipo lanciarono l’idea dell’alternanza come frutto necessario della evoluzione della democrazia italiana (chi non ricorda le "Nove tesi per l’alternanza" di dieci anni fa?), possono svolgere un ruolo importante in questo campo. Ma è difficile immaginare che il movimento dell’Ulivo, venuta meno la coalizione di governo, possa sopravvivere senza una qualche iniziativa politica. Lo stesso Romano Prodi ha fornito due indicazioni importanti: l’appoggio al referendum contro la proporzionale; la partecipazione alle elezioni europee di una lista dell’Ulivo. Il referendum anzitutto. E’ un impegno importante; ma nel momento in cui tutti o quasi tutti i partiti ormai dichiarano di volerlo sostenere non basta più dire sì al referendum. Troppi lo concepiscono come premessa di una riforma da fare poi in Parlamento nella quale la questione del doppio turno o del turno unico potrà essere ridiscussa. Bisogna allora dire chiaro sin d’ora che se il referendum supererà il giudizio della Corte e se gli itaniani, come è prevedibile, lo voteranno, il suo esito non potrà essere rimesso in discussione. Un secondo turno è concepibile solo come ballottaggio fra i due candidati più votati, come avviene per i sindaci e non nelle forme da più parti prospettate che prevedono una larga ammissione al secondo turno. Se questo dovesse accadere il gioco delle desistenze ridarebbe un enorme potere ai partiti vanificando il senso stesso del referendum. L’Ulivo dovrebbe, al contrario, caratterizzare la sua campagna per il referendum con la richiesta di elezioni primarie. La lista per le europee. L’idea prospettata da Prodi di una lista unica dell’Ulivo è stata già respinta dai partiti: l’ipotesi di liste separate con un comune riferimento all’Ulivo sarebbe appena un surrogato, reso difficile per giunta dalle resistenze dei popolari che pensano a una lista con l’Udr incompatibile con l’Ulivo. Resta l’ipotesi di una lista autonoma promossa dal movimento delle "cento città" dei sindaci e dal movimento per l’"Italia dei valori" di Antonio Di Pietro e sostenuta dai comitati dell’Ulivo. Non si tratterebbe di dar vita a un "partitino" (è singolare che la denuncia dei rischi del partitino venga tanto più forte proprio dai partitini!): si tratterebbe al contrario di una sfida ai partiti, ai popolari anzitutto, ma anche ai Ds, per dimostrare cosa è realmente il "valore aggiunto" che i movimenti rappresentano rispetto ai partiti. Ritengo che questa estrema ipotesi debba essere attentamente vagliata se non si vuole assumere la responsabilità di mettere la parola fine sulla esperienza dell’Ulivo, lasciando senza una casa i cattolici democratici di questo Paese.

Tutto normalizzato? di Riccardo Imberti
Esprimere giudizi definitivi in politica comporta il rischio di grossolani errori, che per quanto mi riguarda vorrei evitare..In questi giorni di crisi dell’Ulivo e di nascita del governo D’Alema si sono registrati tanti commenti e molti silenzi, non tutti disinteressati, su quanto è avvenuto. Devo dire che la politica italiana resta, da un lato, quella che più di altre tarda a definire un chiaro assetto istituzionale, che dall’altra, unica in Europa, manifesta grande nostalgia per il passato. Il forte bisogno di pulizia morale che saliva dall’opinione pubblica di fronte ai fatti di corruzione, e la vittoria del sì ai referendum elettorali, avevano fatto intravedere una possibilità di rinnovamento e tanti pensavamo che il Paese avrebbe conosciuto una fase di stabilità e il pensionamento definitivo di alcuni soggetti politici. Così non è stato. Altri referendum paiono necessari e indispensabili, di fronte all’incapacità, e/o alla mancanza di volontà, della nostra classe dirigente a condurre in porto le riforme necessarie per il Paese. In secondo luogo ho la sensazione che –non solo dentro i palazzi- serpeggi una grande attesa per il ritorno della Democrazia Cristiana e dei suoi vecchi leaders. Cossiga questo lo ha capito e con la sua pattuglia di trasfughi ha messo fuori gioco Prodi e l’Ulivo, ha rimesso i democristiani al governo e con loro ha ripristinato il vecchio sistema spartitorio; ora con i popolari ed altri cercherà, in nome dell’Europa, di dar vita ad una aggregazione che, con l’alibi del polo di centro, rimetterà in gioco tutte le "vittime" di mani pulite, (la comparsa di Cirino Pomicino è solo un’avvisaglia). Devo confessare che a me D’Alema piace, è un leader presentabilissimo e non ho le preoccupazioni interessate degli "autorevoli" giornali cattolici e men che meno sono allarmato per il suo passato che per quanto mi riguarda è un passato di grande significato per la democrazia del nostro Paese e per l’interesse dei lavoratori. Quello che mi preoccupa rimane la fretta di liquidare l’esperienza del Governo Prodi e dell’Ulivo per chiudere con esso la stagione in cui i partiti riconoscevano le istituzioni come il luogo autonomo per il governo del Paese lontano dai ricatti e dalle alchimie della pratica spartitoria. Oggi poi vi è un’aggravante rispetto al passato; la democrazia interna ai partiti è sempre meno praticata e l’impossibilità conseguente delle minoranze di svolgere il loro compito, allontanerà sempre più persone dalla politica. Oppure, ed è l’alternativa lasciata a chi non la pensa come il capo, sorgeranno esperienze politche nuove che altro non saranno che occasioni di ulteriore frammentazione del quadro politico. Non dicano Marini e D’Alema che questa è accademia. Hanno avuto una grande occasione: con l’Ulivo potevano costruire un’esperienza politica di centrosinistra (senza il trattino) federativa e perciò rispettosa delle tante storie ed identità. Invece hanno dato a quella stagione un significato strumentale e appena si è presentata l’occasione hanno ripristinato le vecchie logiche di partito. Nulla di illegittimo ma temo che si porteranno tutta intera la responsabilità del fallimento del rinnovamento della politica nel nostro Paese. Ma ciò che più è sorprendente è la fretta con la quale hanno affrontato la crisi; cattiva consigliera, soprattutto in politica. E’ il segno evidente che troppi gruppi politici dirigenti vivono alla giornata. Infatti questa accelerazione porterà all’illusione che l’Italia sia sulla strada europea, dimenticando che Blair ha vinto dopo tanti anni di Thacherismo, Jospin dopo anni di Giscard e Schroeder dopo vent’anni di Khol. Immaginare che un Diessino o un Cattolico democratico possa candidarsi senza alcuna differenza alla guida del Paese perché ne Paese l’anticomunismo è scomparso, rappresenta un grosso rischio. Non basteranno due anni di buon governo a D’Alema per superare la diffidenza nei confronti dell’esperienza postcomunista e neppure Veltroni da segretario liberal dei Ds gli sarà di grande aiuto. La manifestazione di Roma del polo è un segno inequivocabile che l’anticomunismo resta ancora un sentimento fortemente diffuso nel Paese. Chi ha sulle spalle qualche manifestazione nazionale sa cosa comporta in termini di sacrificio, non solo economico, per una persona affrontare il viaggio e in quella piazza di persone ve n’erano tante. Cossiga sa anche questo, ma non basteranno informazioni riservate di cui pare essere in possesso né le battute poco eleganti con cui ci diletta in questi giorni per renderlo simpatico politicamente al Paese. Lui voleva condurre su questa strada la sinistra, aveva bisogno di liquidare ogni "anomalia" e ci è riuscito. Il Paese non è più disponibile ad assistere passivo alle invenzioni di formule strumentali nei passaggi elettorali. L’Ulivo non doveva essere questo e i partiti, PPI e DS per primi hanno svuotato questa esperienza del suo valore aggiunto. Cossiga ha vinto questo round. Tutti i disegni in democrazia sono legittimi compresa la rinascita della DC magari con qualche significativa variante che oggi potrebbe essere un partito del Nord compatibile con uno del Sud; certo, oggi ciò significherebbe veramente la fine di una testimonianza rilevante dei cattolici democratici per l’ammodernamento del Paese e quindi assisteremmo allo snaturamento profondo del loro ruolo per politiche di progresso. Su questa rivista qualche mese fa esprimevo preoccupazioni sul possibile ritorno del picconatore. Ora questo si è avverato. Non faccio di professione l’indovino ma resto convinto che per contrastare il disegno di Cossiga, l’Ulivo resta l’unico strumento politico per i cattolici democratici e per la sinistra di governo nel nostro Paese. Per questo bene ha fatto Prodi a non demordere lanciando un segnale di speranza per chi ha creduto e si è speso per quell’esperienza politica. Certamente la strada sarà più difficile, i cocci sparsi sono parecchi e richiamare attorno al progetto dell’Ulivo le energie disponibili è compito duro. Ma dobbiamo farlo, Prodi deve farlo, perché solo in questo modo si può consentire il compimento della stagione di riforme appena iniziata e il processo di rinnovamento della politica e dei partiti che rischia di essere chiusa nei peggiori dei modi per la sinistra italiana e per i cattolici democratici.

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