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I Saggi di Gnomiz  


Più in alto degli aquiloni di Giovanni Colombo
Il 1999 doveva essere un anno relativamente calmo e tranquillo, una sorta di anticamera verso un 2000 brillante, col turbo, invece rischia di trasformarsi, al solito, in un anno assai complicato sotto tutti i punti di vista: economico, sociale, politico. l'ennesimo anno dell'infinita transizione italiana. Le varie previsioni sull'andamento economico sono una specie di gara al ribasso: crescita al 2,3 %, no all' 1,9, no no all'1,3... Sta di fatto che la crescita del PIL sarà modestissima e ciò ridurrà quasi a zero le possibilità di manovra del Governo. L'Italia ha ormai esaurito tutti gli "aiuti" che potevano venire dall'esterno. Le materie prime non sono mai state così a buon mercato, l'nflazione non è mai stata più irrilevante di oggi, il denaro costa grosso modo come trent'anni fa. E ora il Governo può solo giocare carte interne. Per migliorare la situazione, l'ha detto il Ministro Visco, bisognerebbe diminuire le tasse. Ma diminuire le tasse non è per nulla semplice. Anzi, la crescita bassa del 1999 fa balenare addirittura l'ipotesi di una nuova strizzatina al portafoglio dei cittadini. Se questo dovesse avvenire, darebbe luogo all'effetto molto sgradevole di un ulteriore rallentamento della crescita. E allora? C';è la strada di ridurre le spese: in questo modo non si fanno danni, non si spegne la fiammella. Ma anche diminuire le spese non è per nulla semplice. Un po' perché molto è già stato fatto. Ma soprattutto perché significa affrontare di petto la questione-tabù, la revisione del sistema pensionistico. Esiste ovviamente una terza possibilità: tornare a fare debito. Ma essa non va nemmeno presa in considerazione. Lo proibisce l'Europa, con i rigidi paletti del patto di stabilità che limita i deficit pubblici, lo proibisce la montagna di 2 milioni di miliardi di debito già a suo tempo accumulata. Il Governo D'Alema si trova dunque a guidare, tra crescita minima, impossibilità di aumentare le tasse e pochissimi spazi per tagli della spesa, non su una comoda autostrada a due corsie, bensì su uno stretto viottolo di campagna. Più in generale, a livello sociale, basta sfogliare l'ultimo rapporto Censis e il "Ritratto sociale d'Europa" realizzato dall'Eurostat di Bruxelles, per trovare descritti molti aspetti della nostra arretratezza, che la partenza dell'Euro evidenzia ancor di più. Il tasso di disoccupazione e la quota di famiglie povere sono superiori alla media europea. Il divario tra Nord e Mezzogiorno si è allargato negli ultimi anni, mentre in tutti gli altri paesi (inclusi Portogallo e Irlanda) la diseguaglianza tra le regioni ricche e quelle meno sviluppate si è ridotta. Possediamo più telefonini e videoregistratori dei tedeschi e dei francesi; ma abbiamo meno personal computer e allacciamenti Internet, e la diffusione della lettura (libri e giornali) ci avvicina alla Grecia. Lo Stato italiano stanzia molto meno degli altri per la scuola, e tuttavia riesce a spendere assai più della media per pagare agli insegnanti i più bassi stipendi europei. Poste e ferrovie danno servizi da terzo mondo ma generano deficit colossali. La qualificazione dei burocrati è riassunta in un dato: i dipendenti della pubblica amministrazione con un diploma di scuola superiore sono un terzo rispetto alla Germania. Le nostre imprese spendono per la ricerca metà delle concorrenti inglesi, francesi, tedesche. L'evasione fiscale è tripla o quadrupla rispetto al Nordeuropa. Infine, dall'applicazione della giustizia fino al rispetto del codice stradale, non c'è altro paese in Europa dove l'illegalità diffusa, l'infrazione delle regole sia così massiccia. Non è un caso se in Germania il termine "italianizzazione" lanciato dieci anni fa dallo scrittore Hans Magnus Enzesberger ; viene citato dalla stampa ogni qualvolta i tedeschi vogliono denunciare con allarme l'aumento in casa loro di fenomeni negativi. I tedeschi come al solito esagerano e fanno in fretta a battere il mea culpa sul petto altrui, ma ciò non toglie nulla all';impegno che il nostro Paese, una volta agguantati i parametri di Maastricht, dovrà continuare a profondere per recuperare il tempo perso. La firma del Patto sociale alla vigilia di Natale dovrebbe essere di buon auspicio. Anche se sul piano dei contenuti il patto è in buona misura una carta di annunci, rappresenta pur sempre un accordo tra il Governo e ben 32 sigle sindacali e di categoria che salda legami, indica linee di intervento, instaura processi di controllo e di verifica. Per quanto riguarda la politica, il nuovo anno si apre con i partiti che tornano a occupare il centro della scena politica senza aver in alcun modo ripreso forza e consensi nella società. Quasi che l'Italia, come è stato osservato da molti dei commentatori politici, stesse transitando dalla vecchia partitocrazia, fondata sui partiti in carne e ossa, a una partitocrazia senza partiti, fondata su un litigioso ceto politico chiuso e autoreferenziale. Questi partiti si troveranno ad affrontare nei prossimi mesi "un percorso di guerra" che presenta, in rapida sequenza, referendum elettorale (Corte Costituzionale permettendo), elezione del Presidente della Repubblica, voto amministrativo e quello europeo. Per capire quale sarà il quadro politico che ci ritroveremo alla fine di questo accidentato percorso conteranno in particolar modo le decisioni di Romano Prodi circa le sorti dell'Ulivo. Nell'Ulivo convivevano fin dall';inizio due ipotesi: l'Ulivo come coalizione di partiti, sinonimo di centro-sinistra, e l'Ulivo come nuovo movimento politico, embrione del futuro PDU - Partito democratico dell'Ulivo -, punto di riferimento per pezzi della società civile esterni agli attuali partiti. La gelata di ottobre ha fatto venir meno l'Ulivo come coalizione: il nuovo centro sinistra si è allargato nella doppia direzione del centro, con l'Udr, e della sinistra, con il PdCI. Rimane ancora un Ulivo dei comitati locali, serbatoio di partecipazione e di impegno senza precisi riferimenti. Queste forze possono essere chiamate a raccolta da Prodi stesso e convergere con il movimento di Antonio Di Pietro, l'Italia dei valori, e il movimento Centocittà, promosso da Cacciari, Rutelli e Bianco, per formare un'ampia aggregazione, che si affianchi alla Quercia quale altro soggetto, "seconda gamba" del riformismo italiano in rappresentanza più diretta dei valori e degli interessi dell'elettorato di centro oggi non adeguatamente sostenuti da Ppi, Ri, Udr. Tale aggregazione potrebbe pesare almeno il 10% dei voti. E' questa la "linea"? Se non si decide al più presto, molte delle energie evaporeranno e Di Pietro coi sindaci si presenteranno alle Europee loro l'hanno già deciso - con una formula più debole, meno persuasiva, da "frammento".L'esito di queste evoluzioni dell'area ulivista dipenderà anche in modo rilevante dall'azione di Veltroni nella sua nuova veste di segretario dei DS. Più rapidamente il suo partito diventerà aperto, plurale, più potrà intercettare presenze e consensi anche di molti cattolici democratici ulivisti di sinistra. Per questo la presenza e la visibilità dei Cristiano sociali e di Franco Passuello alla segreteria organizzativa si fanno particolarmente importanti se si rendono capaci di proporre, smuovere, graffiare, incidere. La speranza è che l'agitazione lasci spazio nel corso dell'anno a soluzioni politiche che riescano a garantire equilibri più chiari e a contrastare in qualche modo l'universo della non politica, spesso dell'antipolitica, che esprime disagio e conflitto con i partiti così come sono venuti sclerotizzandosi, e che va ad ingrossare le fila dell'astensionismo. Ci vogliono segnali potenti, perché solo una carica straordinariamente positiva, una volontà di rinnovare radicalmente la prassi politica, restituendole dignità proprio combattendone la degenerazione, potrà invertire la tendenza. Uno di questi segnali potenti potrebbe arrivare da questa nostra rivista. Nessuno si metta a sorridere: la potenza del segnale non dipende dai muscoli, dipende dalla capacità di trasmettere una concezione motivante dell'avvenire, di prospettare un disegno, un grande disegno. La rivista perciò tenterà di seguire, come ha sempre fatto, gli avvenimenti principali della vita sociale e politica italiana, in particolare i temi della legalità, del lavoro, delle riforme istituzionali, del Welfare, ma tenterà anche e soprattutto di vedere "oltre". Oltre la globalizzazione, il martellante discorso della globalizzazione. Dov'è ormai chiaro, almeno per i lettori di "Appunti", che globalizzazione non significa la curiosa esperienza di mangiare a Milano, in Piazza del Duomo, per due euro lo stesso hamburger che fanno a New York, confezionato in una scatoletta fabbricata in Corea, commercializzato da una società a capitale misto franco-giapponese. Per globalizzazione s'intende il meccanismo con cui l'Occidente trionfante coltiva la propria opulenza, il dominio dei paesi ricchi esteso ovunque a qualsiasi costo e a qualsiasi prezzo. Anche in vista del Giubileo che dovrebbe essere urlo di liberazione, si deve provare a pensare come promuovere pace e sviluppo sostenibile in tutto il globo, riformare il sistema finanziario internazionale, cancellare i debiti del Sud, rendere controllabile le produzioni delle multinazionali. Oltre la globalizzazione e oltre il pensiero liberale, il monotono ritornello del pensiero unico liberale (PUL). Prima o poi, ad onta di quanto vanno propagandando a destra e a sinistra i custodi della political correctness, qualcuno dovrà pur tornare a dire che il pensiero liberale è insufficiente perché si limita a ridurre l'uomo a "individuo". La convinzione che l'uomo è nella relazione, che non può essere scisso dalle reti di relazione, che il suo destino è quello di costituire parte attiva di una comunità non può essere cancellata perché è caduto il comunismo. Grazie a Dio è caduto, così adesso non c'è più alibi per rinviare la ricerca di una prospettiva culturale e politica che permetta il pieno sviluppo della persona, con la sua irrinunciabile esigenza di comunità, all'interno di un quadro democratico pluralista, postliberale se ciò può tranquillizzare almeno in parte i guardiani dell'ortodossia occidentalista, che appena sentono parlare di comunità mettono mano alla pistola e paventano un quadro apocalittico di sapore integralista o addirittura totalitario. Noi spesso pensiamo la politica come se tutto fosse questione di soldi, di cose, di regole, insomma di potere. Ma anche la politica, come la vita, in ultima istanza non è questione di cose o di regole; che conta è la profondità e la verità del legame. Dobbiamo crederci di più e formulare il segnale politico a partire da questa convinzione che è tutto l'opposto del PUL dominante. Non sarà per nulla facile sprigionare energia visto come siamo organizzati. La rivista è totalmente autofinanziata e l'uscita di ogni numero è salutata dalla redazione con un coro di evviva, quasi fosse un piccolo miracolo (la redazione coglie l'occasione per ringraziare tutti gli abbonati, pregandoli di versare subito la quota del 1999, di procurare nuovi lettori e soprattutto di contribuire con articoli). Ma vale anche per noi l'invito che padre Zanotelli sta diffondendo con forza, ogni volta che torna in Italia da Korococho, a non cedere al senso di impotenza e ad adottare "la strategia lillipuziana". Anche Appunti si sente un minuscolo lillipuziano che ha un filo di pensieri e di parole e nel 1999 vuol dare il suo contributo per immobilizzare Gulliver il predone; per fermare, modificare, trasformare il corso delle cose per andare oltre, possibilmente più in alto degli aquiloni.

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