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Il Papa e il fantasma del comunismo di Francesco
Di Lallo
Faccio qualche riflessione sull'argomento trattato recentemente
da Aldo su questo giornale, relativo alla gaffe del Papa in
occasione della visita alla Sinagoga di Roma. Solo un cenno -
ammirato - sulla gustosa riflessione relativa al "Papa che
quando parla ex Cathedra non può commettere gaffe perché
ispirato dallo Spirito Santo". Sembrerebbe che Aldo
argutamente voglia insinuare che - essendo il Papa andato in
Sinagoga per infrangere, in nome della Chiesa cattolica, la
tradizione del deicidio sostenuta dalla Chiesa stessa per quasi
duemila anni - lo Spirito Santo abbia voluto confonderlo. Il che
darebbe al lapsus una dimensione tragica. Torno adesso alla mia
riflessione. Io non credo che Giovanni Paolo II abbia merito (o
colpa) dello sbriciolamento del comunismo, come Aldo sembra
credere. È crollato di forza propria, cioè in forza del proprio
fallimento. Era divenuto un gigante dai piedi di argilla. Ed è
stato Reagan che lo ha intuito e gli ha assestato la piccola
spinta necessaria per farlo cadere. E' così svaporata una delle
grandi imposture del secolo. Il Papa, il cui obiettivo è
garantire alla Chiesa un avvenire, s'è messo al vento e ha
lasciato che gli si accreditassero meriti più grandi di quelli
che in effetti ha avuto. L'unico obiettivo di Giovanni Paolo,
dicevo, è di assicurare l'esistenza della Chiesa cattolica
quanto più possibile in la nel tempo. E per questa ragione ha
intrapreso l'attuale campagna di pubbliche e solenni richieste di
perdono per le azioni, non sempre improntate allo spirito
evangelico, che nel passato hanno commesso illustri componenti
della Chiesa cattolica. Che però non sembra che sortisca gli
effetti voluti: non solo gli ebrei, ma pure i protestanti e gli
ortodossi restano ben distanti dall'area cattolica. In realtà
non si tratta di accordi facili: occorrono molti decenni per
superare la reciproca ignoranza e la diffidenza sociale e
religiosa accumulata per secoli. Non gli resta quindi, per
perseguire il suo fine, che farsi paladino dei poveri,
soprattutto di quel terzo mondo che rappresenta l'avvenire del
mondo, ma anche l'avvenire, a suo modo di vedere, della Chiesa.
Ed ecco quindi il viaggio a Cuba. Non certo per trionfare sul
comunismo, ma per alzare la bandiera dell'anticapitalismo,
convinto che il capitalismo - oramai lo ribadisce quasi ogni
giorno - sia la principale causa della fame nel mondo. Ed era ai
poveri del terzo mondo che si è rivolto con il celebre passaggio
del vangelo di Luca ricordato da Aldo, e non ai soli cubani.
Bisogna riconoscere che l'abbraccio di Castro - che così ha
rafforzato il suo regime, battezzandolo - e l'evidenzazione della
comune opposizione contro il capitalismo e il gigante americano,
rappresentano una azione
di marketing di alta e raffinata scuola.
L'intervento di Francesco
Di Lallo è stato pubblicato da Affari
Italiani
sito con il quale da tempo è attivo con il nostro periodico
Invece
un ponte ipertestuale che permette di dare più visibilità ai
temi trattati dai due siti. Ringraziamo Aldo per aver compreso lo
spirito di quest'accordo e riportiamo qui di seguito la sua
lettera a Di Lallo con relativa risposta.
Gentile Signor Di Lallo,
La ringrazio dell'attenzione che ha voluto dare alle mie noticine
sul Papa. Le chiedo di autorizzarmi a segnalare la sua lettera
agli amici di Gnomiz dove sul loro Forum hanno gia' pubblicato la
mia lettera perche' penso che tutte e due debbano andare insieme
a fornire materiale di riflessione per il viandante elettronico.
Da parte mia, nessun altro commento e per due solidissime
ragioni. La prima e' che io sono un giullare. Io sono il
saltimbanco se si sporca la faccia per far ridere. Non ho ne' la
capacita' ne' la grazia per argomentare su una questione dove
altri, in altri tempi hanno rimesso anche la vita. Io vorrei solo
essere il vostro Arlecchino anche se sento di assomigliare piu',
scusi la presunzione, a Pulcinella. La seconda e' che l'infallibilita' del mio Papa e' un Dogma e il Dogma e' materia
di Fede. Che non si discute. Riverisco.
Certo che puo', caro signor Aldo. Anzi la ringrazio: magari
incrocero' qualche viandante elettronico, come lei ci definisce,
che puo' risolvere qualche mio dubbio. Perche' io sono un vecchio
signore pieno di dubbi e curiosita': vecchio sicuramente, non so
fino a che punto signore, e di certo pieno - straripante,
addirittura - di curiosita' e di dubbi. Manco a dirlo mi ha
incuriosito la strana descrizione che fa di se stesso. Il
"giullare" poi evoca un che di istrionesco....Ne
riparleremo, spero. La saluto cordialmente
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Nostalgico e recidivo ? di Adriano
Autino (Tecnologie
di Frontiera)
(risposta ad Aldo Fulgenzi)
Nostalgico e recidivo? Mah... Cosa vogliamo ricordare con
nostalgia, le sprangate dellMS? Oppure gli interventi nelle
assemblee sindacali regolarmente sbeffeggiati dai burocrati o,
peggio, ignorati per mancanza di argomentazioni politiche da
contrapporre? Oppure lessere additati dagli spontaneisti e
dagli operaisti come gli intellettuali nemici del
popolo? No, gli anni 70 non sono stati un gran
divertimento. Era una vera sofferenza, vedere che la critica alla
burocrazia veniva condotta perlopiu da posizioni
spontaneiste, incapaci di costruire alcunche. Qualcuno mi
ricordi, se largomento interessa, di parlarvi di Lila,
la metafisica della qualità di Robert Pirsig, edizioni
Adelphi (un libro che non vorrei perdere in un
trasloco), in cui si discutono i movimenti hippy e successivi
(tra i quali annovero il mao-spontaneismo ed il suo successore,
lecologismo), come movimenti di ribellione..
allintelligenza. Per contro, devo ammettere, io non mi
sento in colpa per le colpe dello stalinismo, molte delle quali
il movimento cui mi riferivo (la IV Internazionale) ha invece
subito. Da quasi ventanni non faccio piu politica, ma
ricordo ancora benissimo la tremenda sensazione di
invisibilita allora conferita dallessere trotskisti.
Una lezione lavevamo imparata, noi intellettuali
nemici del popolo: per fare politica occorre
unanalisi sociale rigorosa ed una continua discussione.
Oggi non abbiamo ne lanalisi ne la discussione,
quindi nessuna recidivita e piu possibile.
Cio che rimane del movimento trotskista sconta ancora oggi
gli errori di Molinier e dellentrismo degli anni 50 e 60, e
finisce con lessere piu stalinista di Cossutta, nel
metodo. La settimana lavorativa di 35 ore non e ormai
piu che un santino ed un argomento di fede, mentre poteva
avere unutilita per loccupazione ventanni
fa, quando la maggior parte dei lavoratori stava ancora nelle
fabbriche. Oggi constatiamo inoltre linattualita
della grande illusione egualitarista, cuore delle grandi
rivoluzioni di questo secolo. La maturazione sociale, snobbando
legualitarismo imposto per decreto dai comitati centrali,
e passata per labbassamento della soglia di capitale
necessario per mettersi in proprio, sia nel commercio che nella
produzione, quantomeno nel terziario. Ne riusciamo ancora
ad intravvedere la vera portata della telematica, dal punto di
vista antropologico e sociale. Inoltre le grandi ideologie nate
dopo la scoperta del Nuovo Mondo hanno esaurito il loro ciclo
produttivo: sia il liberismo che legualitarismo
si fondavano su una promessa di sviluppo a risorse illimitate,
irreversibilmente in crisi, dopo la scoperta dei Limiti
dello sviluppo da parte del club di Roma, di Augusto Peccei. Ma, pur gettando a mare i ferrivecchi, come negare un
riconoscimento, ancorche tardivo, allautore di
unanalisi della burocrazia ancora attuale, uno che si
batteva per il pluralismo, contro il concetto di partito unico,
che non voleva la collettivizzazione forzata delle terre (e certo
non lo sterminio dei contadini), che aveva disegnato un programma
di economia mista pubblico-privata, che seguisse i tempi della
rivoluzione mondiale, uno che e stato non solo assassinato
da un sicario di Stalin, ma anche dimenticato, e il suo pensiero
piu volte saccheggiato da sinistra e da destra, senza mai
uno straccio di riconoscimento? Lungo il mio accidentato cammino
ho acquisito altri, e disparati, riferimenti culturali, ma
continuo a riconoscere un grande debito metodologico nei
confronti di Lev Davidovic Trotzckij. Ed in
particolare, vorrei citare (per i libri da portare nel nuovo
millennio) Letteratura e Rivoluzione, Einaudi
Editore. La pianta della giustizia sociale,
allorigine delle nostre sincere illusioni di ieri e
compagna del nostro faticoso arrancare di oggi, se trascurata,
tornera spine e rovi, come succede a tutti gli ambienti
naturali, quando luomo cessa di mettervi mano ed
intelligenza. Tornando a noi, vogliamo davvero rimuovere il
nostro essere stati sinceramente dalla parte dei piu
deboli, e lasciare che ne parlino soltanto altri, dandoci colpe
che non abbiamo, e lasciando che il nostro essere stati comunisti
sia messo sullo stesso piano dellessere stati fascisti?
Sarebbe una rivoluzione dellintelligenza, questa? Avremo il
coraggio di ridiscutere il nostro essere di sinistra, di
discutere quali strumenti sono anche oggi validi e quali no?
Quale idea di progresso e di sviluppo abbiamo per
lUmanita? Agnelli e Berlusconi diventano forse
automaticamente degli eroi, solo perche noi avevamo torto
nel pensare che legualitarismo fosse propedeutico ad una
societa senza classi e senza ingiustizia? Dovremmo forse
vergognarci, nellanalizzare che lemancipazione
sociale e passata e sta passando per altre strade, diverse
da quelle che avevamo immaginato? Dovremmo vergognarci, secondo
me, se ancora ci rifiutassimo di analizzare la realta nel
suo divenire. Lapproccio analitico non e, purtroppo,
tra i risultati metodologici del sessantotto (che, nel bene e nel
male, hanno informatoi molti comportamenti nella societa).
Eppure ce ne un gran bisogno, a tutti i livelli.
Anche se non vogliamo piu sparare sui quartieri generali,
ma soprattutto aprire porte di comunicazione, aprire i sistemi e
sconfiggere il paradigma suicida del mondo chiuso, non potremo
fare a meno di un serio approccio analitico (per inciso, finora
non ho visto proporre nuovi modelli di interpretazione ed analisi
della realta). Probabilmente questo e un altro forum,
e se il buon Granetto vorra aprirlo, saro fra i primi
ad intervenire. Adriano Autino
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Perché dimenticare Gide e Moravia? di Lorenzo
Corti
Se, come sembra ormai chiaro, Granetto non voleva fare una pagina
dedicata alle poesie sporcaccione per soli uomini, anche se di
autori importanti, ma voleva suggerirci i romanzi dei misteri
dell'erotismo, perché dimenticarsi di un Gide o di un Moravia? Gli autori da Lei menzionati sono
presenti su altre rive del Latitudinario Bifronte. ....e poi, è
proprio convinto che un testo come "l'Immoralista" di
Gide con tutte le tragedie, la tubercolosi, la perdita del
bambino e via con la spirale delle disgrazie, possa essere un
libro del piacere e del peccato?