a
Home Page
Sommario Forum
Granetto: l'altro lato del '900
Notizie Gnomiz notizie del giorno
Gnomiz Art
Encyclopaedia of Art
5000 Libri on-line
Gnomiz Roses soap opera
e-commerce Shop Viaggi
Moda  Arte Libri  Video
VoliViaggiAlberghiLastminuteAuto
MutuiLingerieComputer occasioni
Erboristeriae-Dreams
a

I Forum di Gnomiz

I Saggi di Gnomiz  

Il Gioco della Parola, della Memoria e dell'Invenzione

Giustizia e Politica di Leonardo Benevolo
Per gentile concessione della rivista"Appunti di cultura e di politica"
Mi chiedo come sarà giudicato in futuro il confronto fra la magistratura e la classe politica in Italia, quando il tempo avrà cancellato gli interessi, le aspettative e timori che oggi impediscono una valutazione obiettiva di quel che è avvenuto negli anni Novanta. Questa e tante altre vicende dell’ultimo decennio del ‘900 appartengono indubbiamente alla crisi mondiale che ha chiuso in anticipo il "secolo breve" (1914-1989, secondo Eric Hobsbawn). Ma bisognerà capire che parte ha avuto l’Italia nello scenario mondiale, e forse riconoscere che il nostro paese è passato attraverso un "secolo breve" suo proprio, lievemente sfalsato, che va dalla presa di potere del fascismo (1922) alla caduta del sistema di potere della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati (1992). Per numerose e importanti che siano le differenze fra il regime fascista e quello dei partiti "antifascisti" del dopoguerra, essi hanno in comune la mancanza di un sistema riconosciuto per mandare a riposo, in modo incruento e pacifico, la classe dirigente al potere: la mancanza, cioè, del requisito fondamentale che distingue in linea di fatto, secondo Karl Raimund Popper, i regimi democratici da quelli che non lo sono. Altrove la motivazione di questo discorso - la nozione dell’attività politica come un servizio, compiuto a certe condizioni e per un tempo determinato a beneficio del popolo sovrano - fa parte della cultura politica di base, acquisita da molto tempo. Nella rivoluzione americana è ben chiara la contrapposizione fra un sovrano, Giorgio III, e un presidente, George Washington. Da oltre duecento anni gli Stati Uniti si sobbarcano al rito complicato e frequente delle elezioni quadriennali, per affermare quella distinzione; e negli ultimi tempi, mentre la posizione dominante degli USA aumenta di gran lunga i poteri reali del presidente, l’azione della magistratura ha già condotto una volta e potrebbe condurre una seconda volta alla sua destituzione, senza alcun riguardo ai suoi meriti e alle sue capacità politiche: la salvaguardia del rapporto di servizio è più importante di ogni altra considerazione. Recentemente negli Stati Uniti erano vivi cinque ex presidenti, tutti tagliati fuori dalla politica attiva per consenso universale: un presidente che lasciato la sua carica, proprio perché per un periodo ha avuto molto potere torna definitivamente un cittadino normale, a cui è precluso un ritorno in scena. E anche agli altri livelli l’avvicendamento delle cariche e degli scenari è così veloce da assicurare un rapido turnover del personale politico, che proviene e rientra continuamente nella società civile. In Europa, dove le monarchie sopravvissute hanno un ruolo di garanzia, è il meccanismo parlamentare stesso che regola il ricambio delle persone e delle idee. Nei paesi di antica democrazia i partiti, senza cambiare nome, si sono più volte rinnovati completamente (mentre i partiti italiani, si direbbe che cambiano nome per conservare gli stessi uomini e gli stessi comportamenti); gli ex parlamentari e i gli ex governanti sono trattati con pochissimo riguardo; l’opinione pubblica stima e rispetta i ruoli più che gli individui, ed è pronta a congedare anche i più meritevoli, con la persuasione fondata che gli uomini politici possono sempre esser cambiati. Clemenceau diceva: "I cimiteri sono pieni di persone insostituibili". Nel 1922 l’Italia si è affidata a un uomo del destino, e da allora la regola del ricambio non è ancora ripristinata nella testa degli uomini politici. Per far smontare la classe dirigente fascista c’è voluta una guerra mondiale perduta. La classe dirigente successiva - in particolare quella democristiana, che pure avrebbe dovuto avere coscienza della sua precarietà, per esser stata chiamata dalla gerarchia religiosa a un ruolo politico necessario in un particolare momento storico, ma ha dimenticato velocemente questo inizio - coltiva dal 1945 un ruolo a senso unico, di conquista e mantenimento del potere, senza metter mai in conto - individualmente o collettivamente - un ritiro in un tempo successivo. Le mutevoli alleanze di governo non hanno attivato un vero ricambio, perché maggioranze e opposizioni erano pur sempre collocate in due compartimenti diversi a tempo indeterminato. La lotta alla corruzione è stato collocata, fin dall’inizio, fra i compiti interni dello schieramento al potere. Negli anni Cinquanta uno dei segretari di De Gasperi, che frequentava con me l’Azione Cattolica, mi ha raccontato l’opinione del leader a questo riguardo: la corruzione (di allora, che a noi sembra modesta) non possiamo permetterci di combatterla insieme alle urgenze della ricostruzione e del quadro internazionale; lo faremo in seguito. Invece, in mancanza dell’unico rimedio efficace - il ricambio delle forze al potere - la corruzione non è mai stata combattuta, anzi è stata alimentata dagli espedienti di sopravvivenza della classe dirigente, sempre più ignobili man mano che lo stallo politico si prolungava , fino a più del doppio del ventennio fascista. Il salto di qualità, all’ingiù, è la legge del 1974 per il finanziamento pubblico dei partiti, adoperata per trasferire pubblico denaro nelle casse dei partiti, ma clamorosamente e universalmente violata per quanto riguarda le altre fonti di finanziamento. E’straordinario che le conseguenze dirompenti di questa combinazione siano state sottovalutate, o si sia sperato di coprirle. Ma è ancora più straordinaria la negazione delle responsabilità, una volta iniziata la reazione della magistratura e dell’opinione pubblica. Non mi riferisco alle responsabilità giudiziarie, che non sono competente a valutare e comunque non sono gravi, ma a quelle politiche. Si adatta a questa vicenda italiana il detto famoso di Talleyrand: "è peggio di un delitto, è un errore". Abbiamo sentito tanti accusati difendersi dicendo di aver procurato denaro non a sé stessi ma al partito, senza rendersi conto che questo è molto peggio: squalifica il loro ruolo individuale e rompe il rapporto collettivo di fiducia coi cittadini. L’altra frase che abbiamo sentito ripetere, "così facevano tutti", nonb è un’attenuante ma un’aggravante: chiama in causa l’intero personale politico di allora: chi procurava il denaro e chi lo sapeva ma non faceva nulla per impedirlo. Una classe politica che fa così, e poi presume di non esser castigata perde tutta insieme il diritto di governare. Il difetto, prima che nei comportamenti, è nella testa delle persone, che hanno perduto la nozione del lavoro politico come servizio temporaneo e revocabile. Quel che ho scritto su "Appunti" nel 1992 - dopo il suicidio di un politico bresciano per cui avevo lavorato professionalmente - può esser ripetuto esattamente nel 1998: "La mancata alternanza, che è una limitazione notoria della democrazia consociativa italiana, non solo impedisce il corretto funzionamento delle istituzioni, ma deforma il modo di pensare degli addetti e blocca la loro capacità di abbandonare - mentalmente e concretamente - il mondo politico in cui sono entrati. Ci sono diversi modi di introiettare questa limitazione: i più coriacei rimbalzano sulle difficoltà come palle di gomma, sono sempre sulla breccia e possono essere allontanati dai loro incarichi solo a viva forza, con le manette e col carcere, ma fino all’ultimo si oppongono mentendo, piagnucolando, minacciando; i più sensibili, che sono incapaci di queste manifestazioni, si vedono chiusa ogni via di uscita e possono esser spinti al suicidio, anche se le conseguenze di una condanna sono obiettivamente limitate. Nessuno sembra capace di conservare il senso delle proporzioni e di considerare la politica come un normale servizio, in cui si impegna solo una parte delle proprie energie e quindi si entra e si esce senza speciali difficoltà." La magistratura di Milano e di altre città ha il merito storico di esser intervenuta coi suoi strumenti, per individuare e perseguire l’illegalità dei comportamenti dei politici e dei loro interlocutori, interrompendo la sostanziale impunità goduta per molti anni. Mi dicono che già negli anni Ottanta le indagini avevano rivelato alcuni coinvolgimenti a livello politico elevato, che sembrava impraticabile perseguire. Che cosa è cambiato alla fine del decennio? L’escalation delle tangenti aveva reso insopportabile l’onere economico per le imprese; la ripetizione degli abusi, che sembrava così naturale al personale politico, non era più tollerata dalle altre parti sociali; i rivolgimenti del quadro internazionale dimostravano la precarietà degli equilibri politici tradizionali. Così quando la magistratura si è mossa ha trovato il consenso della gran maggioranza dei cittadini. Le eventuali forzature in sede istruttoria apparivano secondarie, data la natura straordinaria dell’azione in corso e il suo carattere fondamentale di ripristino di una legalità lungamente violata: la posta era, né più né meno, attuare concretamente la frase che campeggia in tutte le aule giudiziarie : "La legge è uguale per tutti". Se la classe politica avesse saputo cogliere l’opportunità di quel momento, avrebbe potuto proseguire l’azione della magistratura con mezzi adeguati al fine da raggiungere, che è la correzione di una stortura generale appunto sul terreno politico. Invece le risposte sbagliate - il fuggi fuggi, le resistenze, gli ostruzionismi, persino i suicidi - hanno lasciato in mano alla magistratura un compito per cui gli strumenti giudiziari, di perseguimento dei reati individuali, sono necessariamente inadeguati. Si conosceva in anticipo la sostanziale discrezionalità dell’azione penale, nonostante la norma astratta dell’obbligatorietà, la scarsità dei mezzi della giustizia italiana, la sua lentezza, il rischio delle prescrizioni; i magistrati, per parte loro, hanno commesso sbagli, e messi in difficoltà hanno reagito con toni non sempre appropriati. Tutte circostanze che son state utilizzate come motivazioni per mettere in difficoltà la giustizia, mentre dovevano diventare argomenti per mettere un termine alla supplenza della giustizia, e iniziare in tempo l’autonoma correzione delle regole e del costume politico. E’ nato così il confronto viziato fra giustizia e politica che stiamo vivendo oggi: viziato perché i rimproveri che si fanno alla giustizia nascono dalla responsabilità della classe politica, che ancora una volta antepone la sua sopravvivenza a tutto il testo. E’ tendenzioso anche dire: rispettiamo l’indipendenza della magistratura e lasciamo che la giustizia segua il suo corso, perché si sa che la giustizia da sola non può venire a capo del problema: ha in mano solo un piccolo gruppo di procedimenti, forse destinati a chiudersi per prescrizione. Ma questa prospettiva non è abbastanza tranquillizzante: così si insiste a proporre un’amnistia, una depenalizzazione del finanziamento illegale dei partiti, una riforma della magistratura a metà del guado in cui si trova. I partiti, sebbene in disaccordo su tutto, sono d’accordo che Tangentopoli deve essere "chiusa"; e sono ugualmente d’accordo a conservare ad ogni costo i finanziamenti di cui hanno bisogno, anzi a riscuoterli in anticipo con espedienti a dir poco indecorosi. La proposta di un’inchiesta parlamentare su Tangentopoli, sebbene avanzata da Berlusconi per i suoi fini difensivi, potrebbe esser rilanciata dalle altre forze di maggioranza o di opposizione, per analizzare non i procedimenti in corso dal 1994 in poi ( i cui atti contengono già tutte le informazioni sui casi esaminati, come ha osservato giustamente Di Pietro) ma la situazione patologica da cui è nata l’azione della magistratura, cioè per valutare complessivamente i casi non esaminati e l’entità della corruzione pubblica italiana. Il modello giusto potrebbe essere l’inchiesta parlamentare sulla miseria e sui mezzi per combatterla, presieduta nel primo dopoguerra da Ezio Vigorelli e Lodovico Montini. Ma in ambedue gli schieramenti sembra prevalere l’interesse a archiviare la situazione di partenza e a polemizzare solo sui modi con cui poi è stata affrontata. In questo consenso c’è la dimostrazione che un vero rinnovamento non è avvenuto. Permane una solidarietà che rimargina il passaggio dalla prima alla seconda repubblica, e scavalca i ruoli del governo e dell’opposizione. Che futuro si prepara? Forse il "secolo" dello stallo italiano davanti alle soglie della democrazia, da "breve" sta diventando "lungo", e non se ne vede la fine. La caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda non sono bastate a far smontare la classe dirigente della prima repubblica italiana. Non è ancora avvenuto, nel nostro paese, un ricambio generale come quello fra la quarta e la quinta repubblica francese, o anche come avviene normalmente dopo i cambi di maggioranza in Inghilterra, in Germania, in Spagna e in tanti altri paesi. Eppure nel campo più ristretto dove il ricambio è avvenuto veramente, cioè nella gestione dell’economia (da Formica e Cirino Pomicino a Ciampi e i suoi colleghi) i risultati sono quanto mai eloquenti. Nonostante questo esempio, le ultime decisioni - dalle leggi elettorali alla riorganizzazione delle aziende pubbliche - restano orientate a salvare o recuperare le persone e metodi di prima. Anche i "rinnovatori", una volta arrivati al governo, si persuadono che gli uomini di punta del regime passato non sono sostituibili. Il salvataggio dei naufraghi momentaneamente dispersi nei primi anni Novanta è quasi completato. Oggi i fattore politico nuovo sarebbe Cossiga, e fra poco, quando si eleggerà il Presidente per il prossimo settennio, si dovrebbe scegliere fra il Presidente attuale o qualche personaggio altrettanto navigato, un po’ meno vecchio. Restano i meccanismi di madre natura, e anche contro questi gli uomini politici italiani si difendono validamente; forse la presenza politica a vita, fra gli altri effetti, assicura la longevità. Finché però un rinnovamento radicale non verrà dall’interno dalla classe politica, secondo un progetto coerente, il ristagno della vita pubblica italiana continuerà. I vuoti di potere momentanei, come quello lasciato dalla disgregazione della Democrazia Cristiana verranno riempiti da iniziative avventurose come Forza Italia, dove del resto solo il leader è nuovo (e ha successo proprio per le sue pecche - il conflitto d’interessi, i procedimenti penali - in cui molti elettori vedono rispecchiati i propri conflitti che li oppongono, realmente o potenzialmente, alle istituzioni collettive). I quadri invece sono ampiamente riciclati dai partiti tradizionali. Sarebbe anche utile una riflessione sulle fortune elettorali di Alleanza Nazionale - che oggi utilizza a suo vantaggio la lunga emarginazione dell’MSI nel sistema di potere precedente - e della Lega Nord, alimentata da una debolezza persistente delle rappresentanze locali, sebbene incapace di offrire una proposta concreta quando riesce a impadronirsene. La domanda di un rinnovamento è reale e ampiamente diffusa. Le risposte mancano o sono insufficienti. Lasciar passare il tempo sembra un’abile difesa; ma, come è avvenuto tante volte, gli appuntamenti mancati si riproporranno in condizioni sempre peggiori.
Novità Editoriali: Rivista "Appunti di cultura e di politica" di Giovanni Colombo
Caro Gigi ti mando come al solito il sommario del nuovo numero della nostra rivista.
N. 5 agosto-settembre 1998-Sommario: Achille Ardigò Una rivisitazione della politica keynesiana? / Leonardo Benevolo Giustizia e politica / Lettera aperta al Presidente Prodi / Gianni Italia Uno sforzo unitario per il sindacato italiano / Giorgio Gaiani La nostra giovinezza / Franco Monaco Da cristiani nell’Ulivo / Tito Boschetto Ulivo: fuga da Milano / Flavia Bolis Grandi laghi: ancora fuochi di guerra / Stefano Ceccanti Etica e diritto nel mondo delle differenze / Marco Damilano Zoff e dintorni.
Giunchi e Selva in mostra di Mariangela Fiorile
Il giorno 17 ottobre alle ore 18 avverrà l'inaugurazione della mostra di Marco Giunchi e Arianna Selva presso l'Associazione Culturale Fiorile Arte di Bologna, Via Nosadella 37/D Tel 051/331676 E-mail fiorile@iperbole.bologna.it .La Mostra è curata da Edoardo Di Mauro ed è patrocinata dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Bologna. E' possibilie visitare l'esposizione dal Lunedì al Sabato tutti i
pomeriggi, dalle 16 alle 19,30.

Novità Editoriali: Franco Angeli, novembre 1998, Architettura
ARCHITETTURA
Paolo Capuzzo : VIENNA DA CITTA’ A METROPOLI-Tra il 1850 e il 1914, Vienna ha conosciuto la più importante fase di espansione della sua storia, trasformandosi da città a metropoli. Dopo la prima guerra mondiale, privata del ruolo di capitale di un impero, la città è entrata in un periodo di declino demografico, dal quale vi è stato qualche timido segno di uscita negli anni ’90, in seguito agli sconvolgimenti della geografia politica europea. Il periodo preso in esame in questo libro coincide perciò con la decisiva fase di crescita della città, nella quale si è venuta definendo la sua forma urbana, le sue logiche spaziali e l’articolazione delle sue funzioni.
Macchi Cassia (a cura di) : IL PROGETTO DEL TERRITORIO URBANO-La ricerca che si concretizza nell’esperienza progettuale presentata in questo libro muove da una lettura della nuova e diversissima città del territorio urbano milanese, come pregnante rappresentazione dei suoi abitanti, come fenomeno sociale leggibile attraverso la forma fisica che esso si conquista. Contributi di: M. Baffa, A. Bazzi, S. Boeri, G. Consonni, P.A. Croset, F. Infussi, U. Ischia, A. Lanzani, G. La Varra, L. Mazza, C. Macchi Cassia, C. Merlini, A. Monestiroli, A. Moretti, P.C. Palermo, F. Purini, B. Secchi, U. Targetti, A. Tosi , C. Zucchi.
Antonino Cellura, Roberto Bonfiglio (a cura di) : LA PIANIFICAZIONE DEI RISCHI TERRITORIALI NELLA PROTEZIONE CIVILE-Questo volume, che testimonia l’impegno della Provincia Regionale di Agrigento ed in particolare dell’Assessorato Provinciale Territorio e Ambiente, è rivolto a tutti coloro che quotidianamente amministrano realtà locali e può costituire una guida per una più attenta ed organica pianificazione del rischio.
Stella Agostini : ARCHITETTURA RURALE: LA VIA DEL RECUPERO Alternative di intervento sull’esistente-Presentazione di Carlo Perogalli. Utile ai proprietari che vogliono recuperare i fabbricati, ai tecnici delle amministrazioni locali che devono operare controlli sulla compatibilità dei progetti presentati, ai professionisti coinvolti nel processo di trasformazione dei fabbricati esistenti ed al loro eventuale ammissibile riuso. Il caso del Parco Agricolo Sud Milano, con le sue numerosissime cascine diventa terreno particolarmente adatto a sperimentare una metodologia di intervento finalizzata al recupero del patrimonio rurale. Stella Agostini, opera presso l’Istituto di Ingegneria Agraria dell’Università degli Studi di Milano dove ha conseguito il dottorato di ricerca sul recupero e riuso dei fabbricati rurali.

  | |