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UNA NUOVA CANZONE POPOLARE di Giovanni Colombo
Alcuni l’hanno imparata anche a memoria visto che era la cosina più carina della campagna elettorale: "Alzati che si sta alzando la canzone popolare, se c’è qualcosa da dire ancora, se c’è qualcosa da fare ce lo dirà!" Ma che canta, che dice di preciso l’Ulivo due anni dopo la vittoria? Dice innanzitutto che non si è fatto soggetto politico specifico, che è rimasto coalizione perché, del resto, così è nato e "la natura delle cose sta nel loro nascimento". L’Ulivo non è stato pensato e lanciato come PDU – Partito democratico dell’Ulivo -, non lo è diventato strada facendo e tutti i segnali che si levano dallo scenario politico sono nella linea del rafforzamento, non del superamento, degli attuali partiti e movimenti. Non basta ad invertire la tendenza il fatto che ormai una buona quota di cittadini si indirizzino verso uno schieramento prima che verso un partito, che vedano con favore il superamento delle logiche frammentarie e si dimostrino sensibili verso soluzioni di convergenza che non si limitino a mere operazioni di collage. La tendenza c’è ed è reale ma non si può enfatizzarla più di tanto come fanno a volte gli ulivisti portando quale prova schiacciante i voti dei candidati dell’Ulivo che, sia nelle politiche sia nelle elezioni dei sindaci, sono superiori a quelli raccolti dai partiti di riferimento: questo fenomeno infatti è in gran parte provocato dal meccanismo elettorale che non incentiva minimamente il voto alle liste.

L’Ulivo cresce invece come forza di governo, aumenta il suo potere di attrazione: deputati, forze politiche ed elettorato di centro destra sono in manovra di avvicinamento. Un dato da una parte incoraggiante, dall’altra inquietante perché si accentuano le capriole, i trasformismi, la corsa ai posti e si rischia di veder arrivare, dopo la Fumagalli Carulli, anche il Mastella coi suoi.

La seconda cosa che risuona nell’aria conferma un’altra verità già iscritta nell’imprinting originale. L’Ulivo è nato su una base politica e sociale conservatrice. Tendiamo a dimenticare in fretta quel che è successo: il carburante che consentì di vincere le elezioni fu la difesa dello status quo. Quando Giovanna Melandri in Tv dimostrò, dati alla mano, che la destra si proponeva di smantellare il Welfare, quando i sindacati in piazza bloccarono la riforma delle pensioni, fu allora che l’Ulivo vinse, proponendosi come garanzia di continuità e rassicurazione sociale. Non c’era niente di malvagio in questo. Non in presenza di quella destra, thatcheriana negli slogan, populista nella pratica: una grande Cisnal diretta da un grande tycoon. Soprattutto pasticciona e pericolosa, con un leader inaffidabile e bugiardo. La sua sconfitta fu un bene, fu un bene la vittoria dell’Ulivo. E infatti il governo dell’Ulivo ha saputo cogliere l’occasione che la storia gli forniva: il risanamento finanziario del Paese e il suo aggancio all’Europa, per non finire a mollo in mezzo al Mediterraneo insieme alla Grecia, per evitare la frattura della cerniera alpina. Resterà scritto nei libri: fu il governo Prodi che portò l’Italia nell’UEM. Chi potrebbe sottovalutare la portata di un tale risultato? Era necessaria una enorme, gigantesca colletta e due economisti senza partiti alla spalle, Prodi e Ciampi, sono riusciti ad operarla evitando strappi troppo dolorosi nel tessuto sociale.

E adesso? Dopo il risanamento che cosa viene? Dopo Maastricht, dopo l’insediamento del direttorio della Banca centrale Europea? Sono necessarie altre parole ma la canzone si sta abbassando, non trasmette aspirazioni, idee, programmi per il futuro.

L’Ulivo si sta insabbiando nella Bicamerale, esposta ad ogni congettura, umore, interesse, diktat, ricatto. Mancando infatti fin dall’inizio una bussola ed essendo l’obiettivo l’approvazione di una riforma purchessia, pena il travolgimento della stesso governo e la compromissione della carriera da statista del presidente D’Alema, è del tutto conseguente che si navighi a vista, che si accetti lo scambio improprio tra un pezzo di revisione della Costituzione e un voto parlamentare in tutt’altra materia.

L’Ulivo non sa che pesci pigliare per quanto riguarda la legge elettorale. Bisognerebbe sbarrare la strada a ulteriori sofisticazioni anche perché le sofisticazioni non sono mai un segnale di grande intelligenza. E invece dopo il Mattarellum, il Crostatum e altre ipotesi ancora, sempre più sù, lungo i sentieri impervi della stupidità elettorale. Bisognerebbe invece farsi la domanda più semplice e in base alla risposta agire di conseguenza. Gli italiani hanno deciso di introdurre il maggioritario? Sì, almeno a me pare di sì ricordando il risultato del referendum del 18 aprile 1993. E allora si scelga di adottare una delle due proposte classiche: maggioritario a turno unico modello Westminster o maggioritario a doppio turno modello Champs Elysées. Possono essere utili alcune correzioni italiche tipo quelle suggerite da Sartori per il doppio turno ma vade retro il paciugo, quelle soluzioni ibride che, nel momento dell’invenzione, fanno sprecare un mare di tempo e di energia, e alla fine, nel momento dell’applicazione, procurano più complicazioni che vantaggi.

L’Ulivo sta mostrando tutta la sua freddezza di fronte al roventissimo tema della giustizia. Lo abbiamo imparato in questi anni: la legalità è la condizione di ogni politica democratica, di sinistra come di destra. Senza il rispetto di essa non vi è democrazia. In una democrazia degna di questo nome tutti i partiti, di governo e di opposizione, di destra di centro e di sinistra, apparterebbero al ‘partito’ della legalità, senza restrizioni mentali. In Italia era sperabile che tale convinta e intrattabile appartenenza caratterizzasse almeno l’intero schieramento dell’Ulivo. Così garantiva il programma elettorale di Prodi., del resto. E invece ci ritroviamo il 513 retroattivo, le prescrizioni, Previti il perseguitato, Boato con le sue bozze che tradiscono il programma dell’Ulivo e che devono moltissimo a Gelli, che guarda caso è scappato. Il Ministro guardasigilli Flick sarà una mente finissima, sarà amico personale di Prodi, avrà preparato anche dei buoni disegni di legge ma a questo punto se ne deve andare perché è ampiamente responsabile del caos che si è creato.

L’Ulivo deve poi rispondere, già oggi, a questa domanda: a chi andrà il dividendo fiscale del risanamento, quando la riduzione della spesa potrà finalmente rallentare il ritmo delle entrate? La funzione dello Stato non è finita: la nuova sinistra in Europa sta affrontando esattamente il nodo di una ridefinizione del ruolo dell’intervento pubblico e della sua capacità redistributiva. Rifiuta il dirigismo e l’interventismo nell’economia, ma sa che educazione, addestramento professionale, efficienza dei servizi sono grandi leve della mano pubblica Non si tratta di spendere di più , perché aprire i cordoni della borsa non sarà mai più possibile, né di dettare dalla stanza dei bottoni la via della piena occupazione, come qualcuno sogna di fare scrivendo su un disegno di legge la cifra delle 35 ore. Si tratta di cambiare la spesa, di spostare risorse che il Paese ha, di colpire privilegi e corporazioni, di permettere a chi vuole correre di farlo, di sostenere chi è troppo sfiduciato, di coinvolgere anche chi fa fatica senza lasciare fuori nessuno. Operare in questa direzione vuol dire sciogliere degli iceberg, spostare il baricentro del Paese dal blocco democristiano ad un nuovo blocco sociale in cui chi si impegna, produce, inventa, rischia é più importante di chi sta seduto e pensa solo alla rendita, in cui l’aiuto non sia assistenziale e clientelare ma gratuito, nelle situazioni realmente gravi, al fine di liberare dalla schiavitù del bisogno.

L’Ulivo deve, più in particolare, decidersi come rapportarsi coi giovani. Una colossale redistribuzione di risorse aspetta di essere compiuta tra la parte giovane e la parte anziana del Paese. La montagna della riforma delle pensioni ha partorito un topolino e il nostro Paese destina ancora troppe risorse a garantire una vita serena a chi ha già dato quello che poteva dare e contribuisce a confinare nella depressione morale chi ha forza ed età per dare: possiamo immaginarci come Paese moderno se la maggior parte dei giovani sta in casa fino a 30 anni, arrancando per cercare un impiego che corrisponda alle mirabolanti aspettative del titolo di studio legale, rimandando matrimoni e figli? La grande stagnazione sociale ci ha dato il record della più bassa denatalità del mondo, l’Italia come un grande ospizio.

In sintesi, qui ci vuole una nuova canzone popolare. Qui ci vuole vibrazione etica e cultura politica , ci vogliono parole – la parola è sempre demiurgica - , un logos spermaticos che generi un’ azione collettiva ("ognuno di noi da solo non vale nulla", Che Guevara, Lettera ai figli, Cuba ’65) e orizzontale (fuori dei Palazzi, sul territorio, si diceva una volta). Altrimenti il destino è già segnato. L’Ulivo resta il marchio di una coalizione sempre più di centro e sempre meno d sinistra o, ipotesi b, un ufficio studi, un Nomisma da cui attingere managerialità, quadri tecnici ed esperti per incarichi di consulenza o di direzione. I partiti, sempre più verticistici, sempre più autoreferenziali, fanno qualche restyling – cosa due, cosa bianca, casa verde - ma rinunciano definitivamente alla loro funzione propria, che è quella di sognare e di progettare ciò che i governi dovranno poi realizzare. E così, tra un gol di Ronaldo e uno scudetto alla Juve, il mondo va avanti nella stanca e annoiata ripetizione del mondo, con le solite quattro famiglie che furoreggiano, i Gelli che scappano e gli extracomunitari in galera, i povericristi che muoiono sotto le valanghe di fango e i benetton di ogni colore politico stesi al mare belli biotti , Bossi che si pensa la reincarnazione del dio padano e D’Alema il più intelligente di tutti, Berlusconi che si dichiara un giorno sì e l’altro pure prigioniero politico e Scalfaro che esterna su tutto lo scibile umano. Suvvia, visto che cambia la moneta, perché non cambiamo anche il resto?

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